Archeologia

L’archeologia è una passione, un interesse intenso che induce a percorrere a ritroso le strade della storia, a scandagliare tutti gli ambienti in cui l’uomo ha operato, è una scienza che ci riporta alla consapevolezza delle nostre origini, della nostra cultura, sempre e comunque indispensabili al procedere.
Il territorio piacentino offre percorsi a musei e a siti archeologici per le scuole elementari e medie, interattivi, completati da laboratori didattici gestiti da personale qualificato.
Proposte di avvicinamento all’archeologia anche per adulti ed appassionati.

Itinerari archeologici nella provincia di Piacenza:

La Pianura Padana è di formazione recente: nell’epoca geologica terziaria era formata da una larga insenatura di mare, testimonianza della fauna marittima sono le impronte fossili e le conchiglie giunte sino a noi.
Nel periodo finale del Paleolitico e del Mesolitico (tra il IX e il V millennio a.C.) l’uomo abita le nostre montagne, nel Neolitico (4500 a.C.) passa alla vita sedentaria, diventando agricoltore e dimorando in capanne: ad Olza, nei pressi di Fiorenzuola, sorgono i primi villaggi, formati da capanne su palafitte, testimonianze anche in Val Trebbia, a casa Gazza e a S. Andrea, nei pressi di Travo, in Val Tidone.
Nei pressi di Travo, i pugnali di selce e un tratto di acciottolato, testimoniano la presenza dell’uomo nell’età del Rame (2700-1800 a.C.), e ancora in Val Tidone e in Val d’Arda  sono stati rinvenuti resti delle terramare (capanne su palafitte).
In Val Tidone, nella Piana di San Martino, nei pressi di Rocca d’Olgisio,  sono pervenute diverse testimonianze risalenti all’età del Bronzo e del Ferro (dal IX secolo a.C.).
L’età Etrusca, che succede a quella del Ferro, è documentata dal famoso fegato etrusco, modello in bronzo di un fegato ovino, usato per l’interpretazione del volere divino, scoperto nel 1877 a Settima, nei pressi di Gossolengo.
Alla fine del IV secolo a.C., dall’oltralpe, arrivano in Emilia i Galli e  i Romani, per difendersi, fondano nel 218 a.C. la colonia Placentia; nello stesso anno viene combattuta sul fiume Trebbia una delle battaglie decisive della Seconda Guerra Punica. Si affrontano le armate cartaginesi guidate da Annibale, insediate sulla riva sinistra del fiume nei pressi di Tavernago di Agazzano, e l’esercito romano, che si era invece stabilito sulla sponda destra, probabilmente nella zona di Niviano e di Ancarano, vicino a Rivergaro. Lo scontro è durissimo e i Romani, guidati dai consoli Publio Cornelio Scipione e Sempronio Longo, sono clamorosamente sconfitti.
Secondo un’antica leggenda, Annibale, che ai tempi della seconda guerra punica sosta a lungo nelle campagne intorno a Piacenza, lascia in custodia ai contadini che abitano la zona di Gossolengo un grosso elefante ferito in battaglia. Una volta superato il timore iniziale, la popolazione si abitua alla presenza di quello strano animale e, siccome nessun cartaginese torna a reclamarlo, decide di tenerlo con sé, utilizzandolo per il lavoro nei campi o come mezzo di trasporto. Ancora oggi lo stemma comunale di Gossolengo riporta disegnato un elefante, in ricordo di questa leggenda.

Il  percorso sulle orme dei reperti archeologici museali parte dal Museo Archeologico di Piacenza che si trova all’interno di Palazzo Farnese e conserva resti che documentano la presenza umana nel piacentino dal periodo Paleolitico al Neolitico, mentre un’area è dedicata agli insediamenti dell’età del Rame e del Bronzo.
In questa sezione spiccano oltre a due splendidi pugnali scoperti presso il Po, in comune di Castesangiovanni, risalenti al periodo del Bronzo Antico,  ceramiche e oggetti in bronzo e osso dell’abitato su palafitta di Chiaravalle della Colomba che mostrano l’avvio dell’occupazione della pianura che portò alla costruzione di un gran numero di terramare, i caratteristici villaggi arginati costruiti su palificata all’asciutto. Tra gli oggetti funerari catturano l’attenzione cinque spade di bronzo gettate nel Po come offerte votive alla divinità fluviale.
L’oggetto più prezioso del museo è il fegato estrusco, modello in bronzo di un fegato ovino, rinvenuto nel 1877 a Ciavernasco di Settima (Gossolengo). E’ un documento unico della dottrina religiosa estrusca, la cui funzione è connessa all’interpretazione del volere divino mediante l’osservazione del fegato di un animale sacrificato.
Il fegato si ritiene realizzato in Etruria settentrionale tra la fine del II e I secolo a.C.

Nei sotterranei di Rocca Dal Verme, sede del Municipio di Pianello Val Tidone, ha la sua sede il Museo Archeologico della Val Tidone, nato nel 1999, grazie alla collaborazione tra la Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Emilia Romagna ed i volontari dell’Associazione Archeologica Pandora.
Tutto il materiale archeologico rinvenuto nel bacino della Val Tidone e dotato di interesse storico è conservato presso il museo che espone fossili della zona che illustrano le fasi di formazione della pianura padana, reperti neolitici, dell'età del rame, del bronzo e del ferro, e infine reperti romani databili tra il I sec. a.C. ed il tardo impero.
I materiali di epoca romana e tardo - antica consentono di ricostruire non solo attività produttive di livello locale, ma anche itinerari commerciali di più ampio respiro, a seguito dei quali giunsero in Val Tidone prodotti realizzati nelle diverse regioni della penisola italica ed anche nei territori transalpini.
Ai volontari dell'Associazione Archeologica Pandora si deve la scoperta e la realizzazione di saggi di scavo di un abitato pre protostorico (II e I millennio a.C.) e di una chiesa medievale siti in località Piana di San Martino, di un settore di una villa romana presso Arcello, di una parte di una struttura abitativa tardoantica a Trevozzo, di una tomba romana a Ganaghello. L'Associazione ha inoltre collaborato con la Soprintendenza Archeologica dell'Emilia Romagna nei lavori svolti nell'area dell'attuale cimitero di Pianello, dove sono tornati alla luce i resti di un abitato romano databile tra il I secolo a.C. e il I secolo d.C. nonché di una necropoli altomedievale.

Nella suggestiva cornice del  castello di Travo ha sede il Museo Archeologico della media Val Trebbia:  inaugurato nel 1997,  ospita reperti preistorici, protostorici, romani e medievali, rinvenuti principalmente dal Gruppo di Ricerca Culturale La Minerva in collaborazione con la Soprintendenza Archeologica dell'Emilia Romagna.
Sono conservate le testimonianze dei primi insediamenti umani in Val Trebbia: lame, schegge, punte e raschiatoi in selce o diaspro, risalenti al periodo "Acheuleano" del Paleolitico (intorno a 150.000 anni fa), reperti del Mesolitico (IX-V millennio a.C.) e materiali degli interessantissimi insediamenti neolitici (V-IV millennio a.C.), in particolare tazze carenate, scodelle, vasi profondi su piede cavo, fiaschi a collo alto decorati con incisioni e bugnette, orci e scodelloni impreziositi con cordoni plastici a volte impressi.
Sono raccolte anche interessanti testimonianze che risalgono alle età del Rame, del Bronzo e del Ferro, prove di insediamenti liguri, celtici ed anche di contatti con gli etruschi, tra cui una fibula ad arco serpeggiante della metà del VI secolo a.C.

Il sito Neolitico di S. Andrea, ai margini del paese di Travo,  è uno dei più importanti insediamenti dell’Italia Settentrionale: è un vasto abitato che occupa un terrazzo sulla riva sinistra del Trebbia, dove sono emerse fondamenta di grandi case rettangolari disposte ordinatamente lungo il fiume, accanto alle quali si trovano numerose strutture, tra cui una serie di fosse di combustione, colmate di legni carbonizzati e ciottoli, destinati a mantenere a lungo il calore. Qui sono stati rinvenuti materiali quali tazze, scodelle, fusaiole per filare il lino, manufatti in selce e altri materiali che attestano contatti, forse indiretti, con territori lontani.
Caratteristica principale del parco archeologico di Travo, dove si visita il villaggio neolitico di S. Andrea, è la presenza di una fitta rete di strutture abitative e funzionali ben conservate, parte delle quali mantenute a vista e dotate di coperture di legno con tetto a doppio spiovente, sormontato da un manto di canne di palude che riproducono le stesse dimensioni, volumetria e materiali delle antiche capanne.
Per informazioni relative agli eventi a tema, alle attività didattiche per le scuole, per sperimentare i metodi di ricerca e di scavo archeologici negli appositi spazi di simulazione, potete visitare il sito internet del parco archeologico (www.archeotravo.it).

In Val Chero si trova il sito archeologico di Veleia, già insediamento ligure, fu trasformato dai Romani, nel  I sec. a.C. in un fiorente municipio. Nel 1747 venne alla luce la Tavola Alimentaria Traiana del II sec. D. C., il più importante documento bronzeo della storia romana, una lastra che riporta le proprietà terriere della zona e nel 1763 fu rinvenuta la Lex Rubria de Gallia Cisalpina, reperto bronzeo dell’antica legislazione.
I reperti archeologici raccontano che Veleia, un tempo luogo di soggiorno apprezzato per le acque terapeutiche, presentava la struttura di una tipica città dell’antica Roma: all’ingresso c’erano le terme con frigidarium, tepidarium, calidarium, adiacente si trovava l’antiquarimu, per il ricovero dei prodotti agricoli, mentre proseguendo tra le pittoresche vie ciottolate si incontra il pistrinum, il mulino per la macina del grano, il frantoio per la spremitura delle  olive e dell’uva. Ben visibili sono ancora le fondamenta dei negozi e delle abitazioni. Al centro si trovava il foro, un tempo circondato da un colonnato e da statue, adiacente c’era la basilica, e ancora, di fronte al foro si ergeva il tempio, nei pressi si trovava il pozzo e decentrato l’anfiteatro.
Nella basilica, oltre a dodici statue rappresentanti membri della famiglia giulio-claudia, era collocata la Tabula Alimentaria.
Il modello di abitazione più comune a Veleia è la domus monofamiliare di tipo italico con vani organizzati intorno all'atrio.
All'interno dell'area archeologica è allestito un Antiquarium, ospitato nella palazzina costruita come sede della Direzione degli Scavi dalla duchessa Maria Luigia, che espone materiale architettonico, sculture, iscrizioni, corredi funebri.
In particolare sono conservati corredi funebri preromani: fibule, anelli, armille, borchie in bronzo, cuspidi di lancia, spade in ferro spezzate per motivi rituali, oltre a varie forme ceramiche. Al periodo romano rimandano, invece, le copie della tabula alimentaria traiana e della tavola bronzea contenente la lex de Gallia Cisalpina. L'Antiquarium contiene inoltre i reperti relativi alle sepolture a cremazione romane tra cui balsamari in vetro, lucerne e la preziosa patera baccellata in vetro murrino.
Il sito archeologico nei mesi estivi è sede di una collaudata e suggestiva rassegna teatrale (1.2.3).

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